• il mondo del lavoro minorile.

    di Paolo Bosio

    L’esperienza realizzata in Nicaragua è stata per me l’occasione di riesplorare il ruolo del fotografo e scoprirne nuovi aspetti e possibilità. L’idea alla base del progetto di cercare di coinvolgere nella realizzazione di un reportage i protagonisti stessi di esso ha funzionato e ha aperto nuove e interessanti prospettive per il mio lavoro.Il laboratorio si è svolto in un periodo di un mese e mezzo tra Novembre e Dicembre 2004 all’interno delle strutture del centro per bambini e adolescenti lavoratori “Rayitos del Sol” a San Carlos, nel dipartimento del Rio San Juan, nel sudest del Nicaragua. Il centro “Rayitos del Sol” è uno dei progetti della più importante associazione ambientalista del Nicaragua, la “Fundacion del Rio”, i cui membri hanno dato un appoggio fondamentale per la realizzazione del laboratorio.

    Il centro si occupa di fornire assistenza e aiuto ai molti bambini adolescenti in condizioni di vita precarie che sono costretti a lavorare per garantire la propria sopravvivenza e quella delle proprie famiglie.Il lavoro si è articolato in una serie di incontri suddivisi in due spezzoni.

    Durante il primo modulo i partecipanti al corso, mezzo fotografico e di creare uno spirito comunicativo all’interno del gruppo, giocando e mettendosi in gioco attraversola sperimentazione del ritratto e realizzando una serie di interviste reciproche rivolte alle proprie esperienze di vita, il che è stato anche il primo avvicinamento al tema del progetto, ossia il mondo del lavoro infantilI primi incontri hanno da subito acceso un grande entusiasmo nei partecipanti, i quali si sono dimostrati molto disponibili a raccontare e discutere la propria esperienza di lavoratori e le condizioni di vita delle proprie famiglie. Il mezzo fotografico ha inoltre esercitato un grande fascino su tutti, anche perché bisogna ricordare che le precarie condizioni economiche e sociali dei partecipanti fanno sì che quasi nessuno abbia mai posseduto una macchina fotografica. In tutta San Carlos, che pure è il capoluogo di una delle province più grandi del Nicaragua, non esiste neanche un laboratorio per lo sviluppo delle fotografie ed è molto difficile trovare persino le pellicole. E’ quindi facile immaginare l’interesse dei partecipanti per la camera oscura e per il lavoro di ripresa, il quale è stato all’inizio dedicato al ritratto reciproco, sperimentando vari tipi di illuminazione, usando fondali e ambientazioni particolari e utilizzando sia macchine manuali che automatiche.

    Una volta raggiunta una buona confidenza con il mezzo fotografico e un buon affiatamento all’interno del gruppo è stato possibile passare alla seconda fase del progetto, quella che più mi interessava in quanto riguardava la sperimentazione del ruolo del reporter in condizioni diverse dal normale. In questo caso sarebbero stati gli stessi protagonisti a raccontare la storia, e non un narratore esterno. Un gruppo di adolescenti lavoratori avrebbe raccontato l’universo del lavoro infantile, analizzando in modo critico la propria esperienza di vita attraverso le fotografie e le interviste. I partecipanti hanno assunto il ruolo di reporters e hanno realizzato una vera e propria fotoinchiesta che riguarda i luoghi dove essi stessi lavorano e vivono e le persone con le quali sono a contatto quotidianamente. Il mio ruolo è stato quello di una sorta di intermediario, una figura a metà tra il fotoreporter e il tutor, e ciò ha influenzato molto il mio lavoro personale. Le foto che ho scattato durante le uscite con il gruppo del laboratorio rispecchiano molto le influenze del lavoro comune, la confidenza che avevo raggiunto con i compagni di lavoro mi permetteva di entrare molto più facilmente nel loro mondo e di fotografarlo in modo totalmente diverso da come avrei fatto se avessi affrontato da solo il lavoro di inchiesta. La mia presenza nei quartieri dove i ragazzi vivono e lavorano veniva accettata con molta leggerezza perché io ero parte del gruppo e il gruppo era costituito dalle stesse persone che tutti i giorni frequentano tali luoghi. Le persone fotografate e intervistate erano sorprese e incuriosite dal lavoro che si stava facendo, ma non erano infastidite dalla presenza di un estraneo, e questo ha consentito che fosse mantenuta una grande spontaneità, che si creasse complicità e fiducia reciproca. Inoltre mi sono reso conto che il mio stesso sguardo e il mio modo di fotografare erano cambiati dopo l’esperienza di lavoro comune con il gruppo, perché il fatto di conoscere già molti aspetti della vita di un bambino lavoratore mi permetteva di concentrarmi su determinati aspetti e di ricercare visivamente le immagini in modo più smaliziato e incisivo.

    Il prodotto del lavoro svolto in questo mese e mezzo consiste in una serie di immagini e in alcune ore di interviste, che sono l’espressione di un lavoro di gruppo, all’interno del quale si possono intuire molti diversi sguardi e tagli interpretativi, ma anche una grande coerenza e soprattutto molta spontaneità e sincerità. Le fotografie e le interviste sono state raccolte in una piccola pubblicazione che è stata voluta dalla “Fundaciòn del Rìo” per divulgare il lavoro quotidiano svolto all’interno del centro “Rayitos del Sol” e soprattutto per raccontare l’esperienza dei bambini e degli adolescenti che sono costretti a lavorare per garantire la sopravvivenza delle proprie famiglie, il tutto usando un linguaggio lontano dal formalismo degli studi, delle statistiche e delle inchieste sociologiche, le quali spesso usano un linguaggio tecnico che è rivolto solamente agli specialisti e agli studiosi del settore.

Pubblicato in: Laboratori