• la data che ritorna.

    di Paolo Bosio.

    Sono tornato in Valsusa con la macchina fotografica perché era l’8 dicembre, una data che per me è molto speciale. Sei anni prima, l’8 dicembre 2005, avevo vissuto sensazioni esaltanti, avevo sentito di esser parte di un movimento popolare autentico, avevo visto, per una volta, la polizia indietreggiare davanti alle ragioni di migliaia di persone e la determinazione della gente riprendersi i propri diritti, vincendo a volto scoperto e testa alta la paura dei manganelli e della violenza. Avevo mangiato i panini dei celerini e mentre rinasceva il presidio distrutto solo due notti prima, ho capito che la voglia di stare insieme dei valsusini era l’arma vincente che avrebbe reso affrontabile l’impari guerra contro uno stato che ascolta solo le ragioni del denaro e dell’avidità. Sono tornato a  casa con una certezza dentro, che sono sicuro hanno provato tutti quelli che hanno vissuto quella giornata: “si può fare.”

    Quest’anno sapevo che l’8 dicembre sarebbe stato diverso, perché a luglio avevo già respirato tanto gas al cs vedendo morire la bellissima esperienza comunitaria della Maddalena, avevo visto quanto era cresciuta la prepotenza cieca delle ragioni del denaro negli ultimi sei anni, capace di sparare in faccia lacrimogeni a pochi metri di distanza, di far vomitare nei boschi donne e anziani in fuga, di torturare senza pietà i manifestanti catturati. Avevo capito che non c’era nessuna intenzione di fermarsi ad ascoltare le voci delle decine e decine di migliaia di persone di tutta Italia, che sanno che Tav significa mafia, speculazione, potere, malattie, distruzione ambientale, e che quel treno deve essere fermato.

    Tornando dal cantiere, l’otto dicembre di quest’anno, avevo la fotocamera e la memoria piene, di nuovo, di immagini  di tensione, di nebbia urticante, di ragazzini feriti, di lacrime, di reazione militare barbara e spropositata alla determinazione di migliaia di persone che volevano semplicemente mandare un messaggio, con la loro presenza e con le loro tenaglie: “questo cantiere ci toglie la vita, e non vi lasceremo mai lavorare in pace.”

    Ho condiviso, con tutti quelli che tornavano da Giaglione, stanchi di corse e di gas al cs, di poliziotti che non lasciano neanche passare le ambulanze per i feriti e ti colpiscono come bestie senza pensarci due volte, una sensazione opposta a quella di sei anni prima. Era un senso di sconfitta, di rabbia rassegnata.

    Poi sono arrivato al presidio sull’autostrada occupata, e assaporando la surreale atmosfera che riempiva le corsie innaturalmente silenziose,  ho capito che mi sbagliavo. Di nuovo, come sei anni prima, avevano sfilato decine di migliaia di persone. I bambini avevano giocato a calcio tra i guard-rails, c’era un concerto proprio nel mezzo della carreggiata, centinaia di persone parlavano, mangiavano, bevevano, stavano insieme, sperimentando la politica vera, quella fatta dal basso, dalle assemblee popolari. C’era la televisione, quella fatta bene, che raccontava a milioni di persone le ragioni di quella valle un po’ pazza che, riunita in mezzo ad un’autostrada, è riuscita anche a svergognare pubblicamente politici incapaci di evitare, nella diretta, le domande di semplici cittadini. Ho capito che più si risponde con lacrimogeni e manganelli  alle ragioni della gente, più le persone hanno voglia di trovarsi, pensare, discutere, decidere della propria vita, fare politica indipendente, prendersi la democrazia. E poi mi sono reso conto che c’era un’importante differenza tra l’8 dicembre del 2005 e quello del 2011: quest’anno, dietro alle reti del cantiere, nei sentieri, attorno ai fuochi sull’autostrada, c’erano tantissimi giovani, da tutta Italia. Prima non c’erano. Tanto Altro Verrà.

Pubblicato in: Paolo Bosio, Fotografia