• i Bororo e la fotografia.

    di Eloisa d’Orsi

    Queste immagini sono il prodotto di un laboratorio di fotografia partecipativa, durato l’arco di due mesi, svolto a Meruri, nello stato del Mato Grosso, Brasile, presso la struttura del “Centro di cultura Rodolfo Lunkenbein” con la partecipazione di una ventina di Bororo, di età compresa tra i 12 e i 30 anni.L’obiettivo principale del laboratorio etno-fotografico da me organizzato a Meruri, voleva essere quello di dare un contributo allo studio dell’attività simbolica dei Bororo, a partire dalle immagini che essi stessi hanno realizzato di sé e che altro non sono, che rappresentazioni del mondo viste attraverso i loro occhi.Provare ad arrivare a delle conclusioni antropologiche a partire dagli imput dati dalle immagini realizzate dai giovani di questo villaggio, partendo dal presupposto che la fotografia e la sua interpretazione può essere un mezzo valido per arrivare nell’intimità di chi la realizza. Sappiamo infatti che l’attività simbolica, l’elaborazione estetica, e la comunicazione sono campi dominati dalla dimensione visiva e che il linguaggio delle immagini è uno dei luoghi ideali per le l’espressione delle emozioni. Essendo consapevoli di poter vedere solo ciò che i nostri atteggiamenti culturali e teorici ci permettono di vedere, la scelta da me adottata è stata quella di realizzare un laboratorio di fotografia partecipativa di modo da sopprimere il filtro dello sguardo dell’antropologo o del fotografo attraverso la macchina fotografica per cercare di avere accesso al pensiero dei Bororo, grazie all’opportunità offertagli di scegliere e riprendere loro stessi il proprio mondo.Credo che i risultati di questo laboratorio dimostrino che la fotografia può essere un metodo empatico - emotivamente arricchente - per entrare in contatto con un’altra cultura e per lanciare un ponte al di sopra dei confini culturali e dei codici ristretti in essa contenuti.Le immagini realizzate dai ragazzi e dalle ragazze Bororo, ci mostrano come le idee che gli esterni (e in particolare gli antropologi) si fanno degli altri siano spesso viziate da preconcetti, i quali non possono certo essere di aiuto nel processo di comprensione dell’altro. Nel nostro caso, altro è la cultura Bororo, nelle precise circostanze spaziali e temporali in cui il laboratorio si è collocato: Meruri, Mato Grosso, Brasile, anno 2004.Se per cultura intendiamo quell’“insieme complesso che include la conoscenza, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume, e qualsiasi altra capacità o abitudine acquisita dall’uomo come membro di una società” , dovremmo allora ammettere che i risultati di questo laboratorio sono stati piuttosto sconfortanti, almeno per quello che riguarda i nostri ideali, se non vogliamo parlare di “idee ricevute”. Ossia, i nostri ideali di ricercatori, di occidentali, di estimatori del passato e della sua più o meno appassionante cultura.Gli stessi risultati sono stati invece illuminanti, a parer mio, per capire chi sono oggi i Bororo, che cosa essi non sono più e che cosa, forse, vorrebbero essere. I Bororo, come la maggior parte degli Indios, infatti, non sono la prova vivente di un passato dorato e primitivo che noi rimpiangiamo. queste fotografie, nell’insieme, costituiscono una specie di album della comunità, realizzato a più voci, tramite l’appropriazione di una potente tecnica, precedentemente appannaggio esclusivo di antropologi o turisti. A causa dell’ormai secolare contatto dei Bororo con la società non-indigena, tanto la macchina fotografica, quanto il suo prodotto – le immagini su carta –, non rappresentano più una minaccia, culturale o spirituale, ma un mezzo che permette all’etnografo l’accesso ad un ampio spettro culturale altrimenti non raggiungibile, e ai gruppi minoritari (indigeni o no), di rafforzare le forme di rappresentazione e di dialogo con la cultura egemonica. E penso che prima di ogni altra questione scientifica o di ricerca (antropologica o altro), sia quest’ultima la funzione principale della fotografia, usata in un contesto come quello dell’Aldeia Meruri, Mato Grosso, Brasile.

Pubblicato in: Eloisa d'orsi, Laboratori