• Tra l’esodo e il ripopolamento forzato, desplazados de la violencia a Bogotá.

    di Eloisa d’Orsi

    La Colombia con i suoi 42 milioni di abitanti vive da 40 anni, uno dei conflitti politici e sociali più gravi del mondo. La popolazione in fuga dalle minacce dei vari gruppi militari – statali ed insorgenti e dalle quotidiane violazioni dei diritti umani derivate dal conflitto armato, è stimata intorno ai tre milioni di persone (dati realtivi ad un periodo compreso tra il 1999 e il 2005).

    Il “desplazamiento” o fuga degli abitanti, non è solamente la conseguenza di atti di guerra quali gli scontri tra esercito, paramilitari, guerriglieri e narcotrafficanti ma anche di interessi economici che sono sempre meno visibili a misura dell’intensificarsi del conflitto armato.

    La destinazione più frequente per le vittime del desplazamiento è la capitale del paese, Bogotá: una città enorme che permette loro un maggior anonimato. Gli sfollati o rifugiati interni , infatti, una volta giunti in città, tendono a nascondersi cercando di evitare i loro nemici reali o potenziali, subendo una forte discriminazione sociale cui sono sottoposti.

    I profughi, oltre ad essere poveri e senza risorse, spesso sono contadini analfabeti, indigeni o afrocolombiani.

    La mancanza di risorse economiche, li porta a sistemarsi in quartieri marginali della periferia della città o in zone malfamate del centro. Dal momento che in questi quartieri, subiscono meno episodi di razzismo, già che la maggioranza degli abitanti sono immigrati recenti che vivono situazioni simili.

    Nessuno sa quante persone sono effettivamente emigrate nelle grande città – si parla di 7, milioni di persone dal 1993 ad oggi, la maggioranza delle quali sono donne sole con figli. I ragazzini sono poco preparati per la scuola e non sanno come orientarsi in un ambiente estraneo ed urbano; spesso abbandonano la scuola e finiscono per strada a vendere o mendicare, anche per sottrarsi alla violenza quotidiana delle loro case e dei loro quartieri.

    Una volta approdati a Bogotá, alcuni profughi si rivolgono a centri specializzati come il Centro de Atención al Migrante che offrono loro cibo, un tetto ed altra assistenza di base.

    Questi margini di aiuto, all’interno della geografia dell’esodo, diventano ogni giorno più ridotti perché sono sempre meno i luoghi di accoglienza sul territorio nazionale che riescono ad offrire reali condizioni di sicurezza e protezione.

    Oltre tutto, la diffidenza dei rifugiati e la paura di essere coinvolti in problemi giudiziari , specialmente quelli che sono stati segnalati come sostenitori della guerriglia o che hanno avuto problemi per le coltivazioni illegali, li porta a non presentarsi di fronte allo Stato né a deporre sui fatti che sono stati alla base del loro sradicamento.

    I dati raccolti indicano che il 50% degli sfollati non sono dichiarati e, pertanto, non hanno diritto neanche agli aiuti dell’emergenza umanitaria. Inoltre, trattandosi di sfollati e non di rifugiati provenienti da altri Paesi, non sono riconosciuti dall’ACNUR (Alto Commissariato ONU per i Rifugiati).

    I fattori che complicano l’organizzazione dei rifugiati come movimento sociale sono vari: la sfiducia verso le organizzazioni e lo Stato, la diffidenza tra gli stessi rifugiati (all’essere stati vittime gli uni della guerriglia, gli altri dei paramilitari e gli altri del narcotraffico) e non ultima la già citata impossibilità da parte dello Stato di identificarli ed aiutarli.

    Malgrado l’appoggio dell’opinione pubblica, della chiesa e delle Organizzazioni Non Governative, il problema principale dei profughi che fuggono dalla violenza e si trasferiscono in altre regioni, continua ad essere la mancanza di aiuti.

    Moltissime organizzazioni hanno già denunciato l’atteggiamento dello Stato come incostituzionale, ingiungendo al governo del presidente Uribe, di assegnare fondi specifici e di definire un piano di azione urgente. Ciò nonostante, il numero di rifugiati interni in Colombia continua ad aumentare vertiginosamente, raggiungendo cifre equiparabili solo a quelle di Paesi come il Sudan e la Repubblica Democratica del Congo.

    Il lavoro è stato svolto all’interno dei quartieri coinvolti dal fenomeno della migrazione forzata e grazie all’appoggio logistico di varie strutture previamente contattate come il Centro de Atención al Migrante e enti presenti sul territorio, dediti all’accoglienza, all’assistenza e allo smistamento dei profughi quali ONG ed associazioni varie.

Pubblicato in: Eloisa d'Orsi, Fotografia