• Del Brasile amo tutto: le salite fangose, le vie polverose, la gente alla finestra, gli asini che ragliano inquieti, i porci neri seduti nelle pozze, la sabbia finissima del litorale, la vegetazione prepotente che mescola e aggroviglia tutto in una confusione di arbusti, il sibilo delle cicale e il tondeggiare rosso rosso della luna piena.

    Villaggi di sabbia, di luce e di paglia: la catinga. I grandi urubù nel cielo, i falchi che non sono falchi, strani avvoltoi, farfalle curucù, le vespe nere, le mosche verdi, le ciliegie diverse, i rospi giganti, i pesci avventurieri, gli zebù.

    La gente al buio, in bicicletta, a cavalcioni su un carretto, i bimbi a cavallo, l’allegria e la disperazione per strada. Tutte quelle facce, persone, i loro corpi buttati per terra, scalzi, dimentichi. Il serpente verde che attrversa la strada, l’apparizione angelica dei pappagalli.

    Le giornate felici piene di cose, di luci, colori, lunghissime ombre, sempre più scure fino a che fa notte e viene il buio, luminoso di stelle. Ma anche i giorni al contrario, quelli che mettono paura, da superare con coraggio. I giorni dei bambini dalle facce scure, tristi di cose adulte che ricordano la canzone brasileira (La Marianzinha): “sono triste ma non piango, brunetta dagli occhi neri, questa vita è scalognata”.

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