• una storia dal carcere minorile di Torino.

    di Paolo Bosio.

    Ibra è il soprannome di Abderrahim, un soprannome particolare perché nasce nel carcere minorile di Torino. Ibra è un nome che rappresenta la categoria dei ragazzini con storie di vita tanto dure da trasformarli in uomini molto presto, a 13, 14 anni. Ibra non è un nome italiano, come il 95%  dei nomi che si trovano al “Ferrante Aporti”. Maghreb, Brasile, Cina, Romania,  Sudamerica: dimmi da dove vieni e ti dirò che reato hai commesso. Ibra, come tutti i Marocchini che ho incontrato in carcere, viene da Khouribga, una cittadina povera e senza prospettive a 100 km da Casablanca, e, come gli altri,  è venuto da solo a Torino, per fare soldi velocemente, rapinando è spacciando. Ma Ibra è anche un nome che incarna la libertà di scegliere e di distaccarsi dalle condizioni che lo hanno in carcere. E’ per questo che Ibra ha studiato informatica, scritto il rap, sognato di un bar tutto suo. Il momento della libertà, a fine ottobre, dopo due anni di carcere, è stato il momento cruciale delle scelte: tornare al “Khouribga lifestyle” o cercare il reinserimento a Torino, in una società ostile. Ibra adesso lavora, ha un contratto, addirittura un permesso di soggiorno, non pensa più ai vecchi amici, vive una vita normale. Il mio patto con Ibra, il nostro progetto fotografico, è raccontare la sua storia con immagini e testi, seguendo il percorso dalla detenzione alla libertà, e oltre, fino al ritorno in Marocco per riabbracciare i cari che non vede da otto anni, con una promessa in tasca: un lavoro e mai più carcere, anche se questo vuol dire meno soldi per tutta la famiglia. Quello che vogliamo è dimostrare che offrendo qualche opportunità, lavorando sul reinserimento (messa alla prova, articolo 21, borsa lavoro, formazione, comunità, ecc.) e non sulla repressione, è possibile rovesciare le situazioni più buie, cambiare le vite più compromesse.

Pubblicato in: Paolo Bosio, Fotografia