• Parto per Hong Kong, attero in una New York morta e risorta altrove, senza dubbi su sè stessa.

    E’ più affollata, più concentrata sul futuro, più apertamente capitalista. Ci sono più negozi aperti giorno e notte, più neon, trasporti migliori, il porto è vivo e attivo, e se vuoi mangiare bene cibo cinese non c’è bisogno del taxi. Gli abitanti stralunati di questa città in bilico tra la terraferma, i Territori, e l’isola , vanno matti per i gadget e sembrano dipendenti dal contatto, telefonico però.Vedo il più alto numero di cercapersone, cellulari, beepers e miglia di cavi a fibra ottica al mondo. La competizione nel campo della comunicazione è così accanita che le antenne delle compagnie telefoniche si trovano anche nella metropolitana, sottoterra. Vietato essere irraggiungibili.

    Il mio viaggio è veloce, da subito mi riconosco esperta nell’avere a che fare con il CAOS ma assai meno a mio agio nel barcamenarmi, testarda, con la complessità.

    Universi paralleli quelli tra i locali e noi, siamo estranei sudue scale mobili che si guardano e non si sfiorano. Metto in zaino le parole e osservo ni silenzio, faticando a tenere a freno la curiosità verso quello che succede dentro ai milioni di negozi, saune e attività indefinite che accadono dentro ai palazzi. Mi resta la strada, le sue veloci apparizioni, il mondo visibile che lascia spazio a mille interpretazioni senza risposta. E l’ennesima birra Wong con le chele di granchio aspettando l’aereo per ripartire.

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