• [/lang_it]

    Seno di gommapiuma abilmente forgiato dentro a un corpetto di lamé, parrucca biondo marilyn e quindici centimetri di tacco per graffiare la serata . Sono padrona della notte, questa notte, parola di Beverly, parola di drag.

    La preparazione inizia nel tardo pomeriggio, in una soffitta di quella zona del centro di Torino in cui le case a ballatoio sono ancora popolari e di studenti e miniapartamenti non c’é aria.

    Siamo al 58 di una via secondaria, e qui, non per caso, abita il più elegante dei travestiti torinesi . Non è raro vederlo riflesso nello specchio della sartoria, fasciato in un tailleur bon ton per un metro e ottanta di posata ed elegante femminilità .

    Tre amici, due stanzette che danno sui tetti, la voce fonda di Madonna - icona per eccellenza del trasformismo gay - a riempire lo spazio. In cucina attendono sul tavolo diverse parrucche, i feticci per la soirée a venire.

    Una Lady with Green Glove di Tamara de Lempicka troneggia sulla porta del bagno, l’austera e insieme sfrenata manifestazione del femminino negli anni Trenta. La signora dai guanti verdi racconta di salotti per intellettuali, assenzio e corse in auto lontano dalla guerra che si avvicina.

    Ogni particolare inneggia all’evasione dalla quotidianità di Francis, Leo e Maurizio, che in questo anfratto segreto anche oggi appendono al chiodo i loro problemi, il lavoro, la famiglia che non sa.

    Si parla di amore e cuori traditi, del bel culo del barista visto la settimana passata tra uno show e l’altro.e l’atmosfera si alleggerisce. Aumentano i gridolini, voci acute cinquettano in frenetico brusio la propria vita sentimentale in cliqué da rubrica del cuore. Qui, e sino a domani si é tutte pazze, si é tutte Lei. Come in un rituale di antica data, tra uno spettacolo circense e una masquerade che libera il doppio e scatena la performance, Beverly, Veronica e Trudy prendono vita.

    L’estetica delle drag queens, cosi’ legata all’esagerazione quasi parodistica dello stereotipo femminile, non é da tutti. Venti centimetri di tacco, vestiti fascianti e parrucche ingestibili costituiscono spesso la corazza entro cui liberare il proprio personaggio, intingersi di irriverente satira e giocare con l’ambiguità sessuale e la morale comune. La’ dove agli albori del ventesimo secolo in slang inglese “drag” indicava i vestiti femminili indossati e interpretati da attori uomini.

    Le drag queen, parte della cultura omosessuale d’Occidente, rivestirono anche una parte importante nella rivolta di Stonewall del 1969 a New York per i diritti dei gay ancora molto discriminati a quei tempi, capaci di essere arrestati per un bacio dato alla luce della strada.

    La notte ci porta tra la nebbia della provincia piemontese, attirati dalla scritta al neon in una landa deserta la discoteca é piena all’inverosimile. Adolescenti in gruppo, militari in libera uscita, coppie da ballo e sballo, l’atmosfera é pronta per lo show. Le tre drag prendono in mano la situazione ; cantano in playback i successi delle loro eroine, fanno il verso al Rocky horror, duettano e si atteggiano a dive degli anni che furono. L’attenzione é tutta per loro.

    Anche a spettacolo concluso, anzi, ancora di più. Chi sono queste creature cosi’ sicure di sé, che esibiscono con sfacciattagine gambe affusolate , sederi di marmo avvolti in pailettes , peli sulle braccia e umorismo dai toni ambigui? La fila al bar per conoscerle si carica di eros e imbarazzo, voyerismo e chissà cos’altro. Due battute, altre risate, numeri di telefono e appuntamenti al buio per una notte diversa. Scordandosi di tutte le regole, i generi, i tabu’, sino a domani.[/lang_it][/lang_it]

Pubblicato in: Chiara Dalmaviva, Fotografia