• l’arcipelago più grande del mondo.

    di Eloisa d’Orsi.

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  • l’arte del governare.

    di Eloisa d’Orsi

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  • Arte come incentivo e architettura selvaggia: gli effetti della “modernità globalizzata”.

    di Eloisa d’Orsi

    L’effetto Olimpiadi ha funzionato a Barcellona, forse più che in qualsiasi altra città negli ultimi decenni… Ai giochi del 1992 si è poi aggiunto il Forum Universale delle Culture del 2004 a contribuire a fare della capitale catalana un centro aggregativo e propulsivo delle tendenze più innovative della “modernità globalizzata”, se così vogliamo chiamarla…Quella “modernità globalizzata” che avrebbe trasformato a colpi di martello e scavatrici la vecchia Barcellona…

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  • Tra l’esodo e il ripopolamento forzato, desplazados de la violencia a Bogotá.

    di Eloisa d’Orsi

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  • l’estizione di un popolo

    di Eloisa d’Orsi

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  • la parabola del turista.

    di Eloisa d’Orsi

    Il turista viene a Cuba per una quindicina di giorni. Passa la prima settimana sulle spiagge di Varadero; la seconda all’Habana Vieja per sentirsi un grande intellettuale mentre sorseggia il suo daiquiri accanto alle statua di bronzo di Hemingway. Non manca di  comprare una scatola di puros, una bottiglia di Habana e magari un disco di “salsa” da qualche povero cristo che suona nei ristoranti di lusso.

    Gli piace sentirsi partecipe del clima anacronisticamente ma dichiaratamente “rivoluzionario” che respira, ed è sincero quando fotografa i murales con le frasi di Fidel. Alla fine torna contento dal suo viaggio “impegnato” in uno degli ultimi paesi socialisti del mondo. Peccato che tutto questo abbia ben poco a che fare con la realtà, che deformata attraverso le lenti del turismo di massa, presto renderà La Habana, agli occhi di qualsiasi persona minimamente ragionevole, una città posticcia, piena di paccottiglia inguardabile.

  • Caracas è davvero la città schifosa, che uno si può immaginare, ma come tutte le cose, basta saperla prendere per il verso giusto. Nel suo raccapricciante grigiore postmoderno, ha un fascino tutto suo, quasi post-atomico. Caracas è il fantasma di se stessa, il suo peggior incubo divenuto realtà il mostro di megalopoli che è diventata dopo essere stata il brutto agglomerato urbano che era un tempo. Una città posticcia, di cemento che si sgretola, di sogni infranti di splendore e di contrasti violenti.

  • Questo lavoro è il frutto di un lungo peregrinare attraverso quella sequenza di incommensurabili distanze che è il Brasile e vuole essere un omaggio a tutte quelle persone, quei “lavoratori senza lavoro”, che vivono per la strada e che riescono a sbarcare il lunario inventandosi un lavoro dal nulla. Attività che non implicano il costo di un investimento iniziale, quell’investimento che qui da noi, è fondamentale per aprire qualsiasi attività.

    Lavori come il barbiere di strada, che presuppone soltanto un paio di forbici, un pettine e una sedia, il tagliatore di canna da zucchero, che abbisogna solo di un machete, lo spaccapietre di un martello, la lavandaia di un corso d’acqua, il venditore ambulante di cocco fresco, o di musicassette, birra, noccioline, banane… Più impegnativa l’attività del ristoratore, che necessita quantomeno di una baracca dove preparare le pietanze e tenere la materia prima; mentre il raccoglitore di lattine è forse il lavoro più praticato, almeno dai bambini, perchè basta avere anche solo un sacchetto di plastica.

    Alle loro mani stanche, ai loro corpi spogli, ubriachi, addormentati lungo i bordi delle strade assolate o scure nella notte brasiliana, dimentichi e dimenticati, dedico questo lavoro.