• Pompieri a Kolkata

    di Alessandro Colopi

    A Calcutta ci sono finito diverse volte e quasi mai per sbaglio. Sempre nella stessa pensione e sempre vicino alla caserma dei pompieri. Questo lavoro nasce dalla semplice curiosità venutami durante lunghe ore di ozio ad osservare il concitato volto dei pompieri pronti all’azione e quello sonnolento dei loro altri colleghi in pausa.

    Ho sempre avuto una simpatia per il corpo dei vigili del fuoco, l’unico al quale non è richiesto di saper sparare se non con lance ad acqua, al quale non è richiesto di saper braccare un altro uomo se non per portarlo fuori da un pericolo e che se fa esplodere è per spegnere.

    Ho visto molte immagini di pompieri: quelle dei commossi ed eroici americani dopo le Torri Gemelle, quelle solidali degli italiani alle manifestazioni contro l’alta velocità ed ora anche quelle curiosi e sorridenti degli indiani che mi anno ospitato durante le loro esercitazioni.

    Il Fire Service nel West Bengal è il più vecchio del paese, conta 95 caserme, 7500 vigili del fuoco e oltre 350 mezzi di vario genere.

    Il Capitano che mi accompagna mi spiega che l’India sta conoscendo una grave crisi idrica e che loro sono molto preoccupati a riguardo (cosa che non interessa invece a grandi multinazionali straniere che con l’acqua indiana ci fanno bibite) e scherzando mi dice: “ alle volte il fuoco lo si può spegnere soffiando, ma più spesso è utile buttarvici sopra dell’acqua”

    Per essere ammessi al corso come vigili del fuoco bisogna essere cittadini indiani, maschi, non sopra i 25 anni, non meno alti di 1,68 com ( fatta eccezione per alcune tribu quali Gorkha per i quli il limite si abbassa), con una circonferenza toracica minima di 82 cm….e logicamente fisicamente e psicologicamente sani.

  • la festa dei colori

    di Alessandro Colopi

    Read more »

  • photo by FATMA BUCAK

    Mi chiamo Fatma, cinque anni fa sono venuta in Italia per studiare fotografia, sono fuggita dalla mia famiglia. La mia è una famiglia curda grande come una tribù, e come in ogni tribù molte decisioni sulla vita dei singoli individui vengono prese collettivamente, secondo leggi antiche. Mio padre vive in bilico tra le sue idee progressiste di gioventù e il ruolo di custode delle tradizioni che oggi riveste. A causa della sua rigidità ho sempre avuto paura di parlargli liberamente della vita che conduco a Torino, della mia convivenza con un ragazzo italiano che si chiama Davide. Io e Davide siamo intenzionati a sposarci e a vivere insieme e non vogliamo più mantenere segreta la nostra relazione. Così abbiamo deciso di annunciare il nostro fidanzamento durante l’estate. Prima di trovare il coraggio di parlare con mio padre ho voluto stare alcuni giorni con lui, e provare a riavvicinarmi. L’occasione è stata il matrimonio di una parente, nel villaggio dell’est dove tutt’oggi vive parte della mia famiglia. Così io e mio padre siamo partiti insieme e mentre io pensavo al mio fidanzamento ho ascoltato le storie d’amore e di matrimoni combinati di alcune mie cugine. Io mi chiedevo: cosa può pensare mio padre di tutto ciò? Come possono vivere in lui queste contraddizioni e come prenderà la notizia del mio fidanzamento? Sentivo la tensione crescere dentro di me e intanto Davide arrivava a Istanbul con la sua famiglia in attesa del momento dell’annuncio. E alla fine ho trovato il coraggio di dire a mio padre che voglio sposare un ragazzo italiano.

    Credits

    Regia: Fatma Bucak e Sergio Fergnachino

    Fotografia: Fabio Colazzo

    Produzione: Collettivo Don Quixote

    Prodotto con il sostegno di: Piemonte Doc Film Fund. Festival “Hai visto mai”

    Data di consegna: giugno 2009

    Contatti: francesca@zenit.to.it

    Mob: +393332793637

  • Del Brasile amo tutto: le salite fangose, le vie polverose, la gente alla finestra, gli asini che ragliano inquieti, i porci neri seduti nelle pozze, la sabbia finissima del litorale, la vegetazione prepotente che mescola e aggroviglia tutto in una confusione di arbusti, il sibilo delle cicale e il tondeggiare rosso rosso della luna piena.

    Villaggi di sabbia, di luce e di paglia: la catinga. I grandi urubù nel cielo, i falchi che non sono falchi, strani avvoltoi, farfalle curucù, le vespe nere, le mosche verdi, le ciliegie diverse, i rospi giganti, i pesci avventurieri, gli zebù.

    La gente al buio, in bicicletta, a cavalcioni su un carretto, i bimbi a cavallo, l’allegria e la disperazione per strada. Tutte quelle facce, persone, i loro corpi buttati per terra, scalzi, dimentichi. Il serpente verde che attrversa la strada, l’apparizione angelica dei pappagalli.

    Le giornate felici piene di cose, di luci, colori, lunghissime ombre, sempre più scure fino a che fa notte e viene il buio, luminoso di stelle. Ma anche i giorni al contrario, quelli che mettono paura, da superare con coraggio. I giorni dei bambini dalle facce scure, tristi di cose adulte che ricordano la canzone brasileira (La Marianzinha): “sono triste ma non piango, brunetta dagli occhi neri, questa vita è scalognata”.